Skottie Young è una persona che resta impressa. Gentile, imponente e con la risata pronta, gira per Lucca Comics & Games con un cappello da baseball in testa e una fantastica maglietta della squadra di quidditch di Grifondoro. Ci siamo dati appuntamento per pranzo, perché è così che preferisce fare le interviste: chiacchierando tranquillamente seduti per un boccone, in una pausa dalla frenetica vita delle fiere del fumetto. La conversazione si rivela spesso un discorso a due, con Skottie che pone domande, interessato all’Italia.
Il fumettista americano è a Lucca per presentare Odio Favolandia (Bao Publishing, 136 pagine, 18 euro), un divertente fumetto che racconta le disavventure di Gert, bambina di sei anni sbalzata in un mondo da fiaba da cui non riesce più a scappare. Non stupisce che, dopo trent’anni passati a comprendere astrusi indovinelli e sopportare persone che parlano in rima, sia leggermente ansiosa di fare a pezzi chiunque. Un mondo da fiaba che si trasforma in una commedia nera, illustrato dal tratto fresco e contemporaneo di Skottie Young, che col suo stile cartoonesco sottolinea ancora di più il contrasto con le favole cui siamo abituati (e che lui ha raccontato, sia in libri per bambini, che in rivisitazioni come The Wonderful Wizard of Oz).
Sei padre di due bambini, sarai abituato alle favole. Quanto della tua vita quotidiana ha influenzato Odio Favolandia?
“Molte delle mie storie nascono dal chiedermi ‘che cosa succederebbe se…‘. Quando leggevo i libri di Harry Potter, mi domandavo che cosa succederebbe se, dopo aver sconfitto Voldemort, lui non facesse più altro e perdesse la sua popolarità? Quando ho cominciato a lavorare all’idea di Favolandia, mio figlio aveva due o tre anni e c’erano molti show televisivi che dovevamo vedere e rivedere molte volte. Erano programmi per bambini scadenti, in cui, per essere semplici e insegnare nuove parole, ripetevano queste parole all’infinito. Dopo aver visto per tre volte consecutive un episodio in cui una cartina cantava solamente ‘Sono una mappa, sono una mappa, sono una mappa…‘ inizi a dare di matto e vorresti spaccare in due la televisione.
“Non era mio figlio, erano piuttosto tutte le cose che si porta dietro un bambino, quando entra nella tua vita: i lamentosi programmi per l’infanzia, i giocattoli che ti riempiono la casa e che intonano una melodia odiosa. Dopo un paio di anni così, ti ritrovi circondato. Anche quando fuggivo nel mio studio, in fondo, ero attorniato da materiale bambinesco: magari in quel momento dovevo disegnare uno Spider-Man in stile cartoon. Ma la mia mente, nonostante questo, continuava a funzionare come quella di un bambino. La storia di Gert è nata così: dalla sensazione di essere un bambino intrappolato in un corpo da grande e al contempo un adulto in un mondo a misura di bimbo”.
Ti capita spesso che i tuoi albi siano presi per fumetti per bambini, quando invece sono per adulti?
“È qualcosa di cui all’inizio avevo paura, che mi faceva temere di aver scelto una strada sbagliata. Avevo fatto un sacco di libri principalmente per bambini ed essendo il mio stile molto cartoonesco, correvo il rischio di alienare una parte del pubblico. Ma a un certo punto mi sono reso conto che potevo riunire due fette di pubblico.
“Con The Wonderful Wizard of Oz, molti uomini mi avvicinavano dicendo ‘Mia moglie adora il tuo stile e ora ha cominciato a leggere fumetti‘. Ora invece arrivano entrambi e mi dicono ‘Facciamo a gara per leggerlo per primi!‘. Il mio stile bambinesco attira un certo tipo di lettore, ma il suo contenuto invece parla a chiunque. E ci sono sempre più donne che mi dicono ‘Alcune volte mi sento come Gert‘. Finalmente possono avere il loro Deadpool. Ecco, Gert è proprio un incrocio tra Alice nel Paese delle meraviglie e Deadpool.
“È divertente leggere un fumetto che parla della rabbia e della pazzia di un personaggio. Molte volte rendiamo quelli femminili semplicemente belli e materni, o costretti in un certo ruolo. Diamo loro un personaggio che consenta di liberare un po’ di rabbia, invece”.
E per fortuna Gert è un personaggio fuori dagli schemi. Alcuni dei momenti più divertenti sono quelli in cui dice finte parolacce. Ti diverti a crearne di nuove ogni volta?
“[ride] Assolutamente, anche se è difficile trovarne sempre di originali. Non puoi infilare parole a caso, devi usare una parola che somigli a una vera parolaccia e che si capisca a cosa ti stai riferendo. All’inizio pensavo di fare dire a Gert vere parolacce, ma avrebbe danneggiato le vendite. Così mi sono inventato una storia dietro: c’è un mago cattivo, rifugiato in un profondo e segretissimo dungeon, che di lavoro lancia incantesimi che filtrano tutte le parolacce, trasformandole. Gert nella sua mente pensa davvero di imprecare, mentre invece ciò che le esce dalla bocca è tutt’altro. Ma non immaginavo che cose come ‘porca fluffa‘, ‘figlio di un frollino‘ e ‘pezzo di fluffo‘ sarebbero diventate così popolari tra i lettori”.
Oltre che un incubo per i traduttori…
“Sì, mi arrivano mail da tutto il mondo per chiedermi il significato di queste parole. Peccato che non significhino nulla, me le sono inventate!”.
Sempre sul personaggio di Gert: ho letto che inizialmente avevi in mente un protagonista maschile.
“Sì, nella prima versione della storia c’era un uomo come protagonista, una sorta di riflesso di me stesso. Un bimbo arrivava a Favolandia e, non riuscendo a tornare nel mondo reale, invecchiava lì e diventava un adulto, grosso e molto trascurato. Una sorta di Lobo, ma con gli abiti da bambino. Mentre provavo a disegnarlo, non mi sembrava divertente, ma piuttosto troppo aggressivo. Dopotutto era un adulto che tagliava con l’accetta cose carine e coccolose. Era troppo estremo. Così, nella ricerca di qualcosa di più divertente, prima è diventato una donna, poi invece una bambina che non invecchia, che poi è Gert”.
Nella tua mente, hai già una risposta ai dubbi che affollano la mente dei lettori? Gert riuscirà mai a tornare indietro nel suo mondo?
“Ho già l’ultima pagina di Odio Favolandia in testa. Avevo qualcosa di simile in mente addirittura quando ho iniziato la serie, ma quando ho cominciato a scrivere ho capito che i personaggi stavano cominciando a parlare tra loro e, finché non li scrivi, non saprai dove stanno andando. Questo mi ha aiutato a definire come vorrei che sarà l’ultima pagina del fumetto”.
Passando al tuo lavoro come copertinista per le baby cover della Marvel, ormai ne hai realizzate quasi 200. Qual è la tua preferita?
“Oh, diamine. Forse la mia preferita è una copertina degli Avengers, in cui giocano con un cabinato a tema Thanos. La ragione è semplice: nel primo film degli Avengers c’è una citazione del gioco Galaga, in cui devi sparare con un’astronave agli alieni che scendono lungo lo schermo. La stessa cosa che effettivamente succede più avanti nel film: gli alieni invadono la Terra uscendo da un portale nel cielo. La mia citazione è un inside joke“.
Infine, a che cosa ti piacerebbe lavorare in futuro?
“Vorrei fare un fumetto su Pinocchio. Anche se ho lavorato parecchio su materiale simile e non ho molta voglia di adattare altre storie, le storie classiche mi attirano molto. Molte storie sono derivate dal viaggio dell’eroe e altre vicende mitologiche. Credo che Pinocchio sia una di queste: parla di dimostrare qualcosa al tuoi genitori, di provare a diventare una persona reale, di trovare te stesso. È una di quelle vecchie storie che ti mostrano i protagonisti commettere un errore e le sue conseguenze.
“Le narrazioni per bambini, al giorno d’oggi, non si focalizzano sugli effetti negativi delle proprie azioni, sono storie col paraurti, così che nessuno si faccia male. Magari non adatterò Pinocchio, ma ne realizzerò la mia versione, in qualche altra forma. C’è tanto materiale su cui lavorare, si può davvero espandere quel mondo. Pensate a Geppetto che vive nel ventre della balena: come sarebbe? Si costruirebbe una baracca? E se ci fosse qualcun altro con lui? Davvero un sacco di roba strana da cui partire”.
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Fonte: http://www.wired.it/play/fumetti/2016/11/01/skottie-young-pinocchio/
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